I miei figli di carta sono un prezioso dono…

Spero che anche i miei lettori possano apprezzare le vicende e le emozioni dei protagonisti dei miei libri…

A Natale..

Regalare un libro📕📚 vuol dire fare dono di un viaggio in luoghi lontani, ignoti e inesplorati, vivere un’infinitá di storie, scaldarsi il cuore, emozionarsi.
A Natale puoi…🌲🍾🍸

Puoi richiedere i miei in libreria o acquistarli on-line https://www.ibs.it/libri/autori/Marinella%20Tumino

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Il mio regalo più bello: la mia famiglia♡

Amo le persone colorate
quelle che si vestono di allegria
si truccano di gioia
calzano la passione.
Si librano al mattino come libellule fiorite
volano e danzano a ritmo della vita.
Accelerano quando il sole scotta i loro pensieri,
rallentano quando condividono l’amore.
Amo la gente vivace
che si nutre di euforia
di libri e di poesia
Amo chi dipinge emozioni
colorando il mondo col battito del cuore…
Amo chi si lascia cullare da notti costellate di delicata nostalgia

MT@

SkylineFrankfurt

Foto ricordo. Francoforte, dicembre 2019.
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Maria Occhipinti, una donna anticonformista e pacifista ragusana

Un bel regalo quello di conoscere in maniera approfondita e accurata la figura e l’opera di una formidabile donna ragusana: Maria Occhipinti!
Grazie♡ a Flaccovio Editore che mi ha coinvolta in questo nuovo progetto che riguarda la mia Ragusa “letteraria” e di avermi permesso di parlare della figura di questa donna ribelle ma emblema di coraggio e forza…

    Stay tuned for more details!!!
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UNA FAVOLA ATTUALE, UN MONITO PER GRANDI E PICCINI.

Il racconto illustrato di Marinella Tumino e l’inosservanza delle norme da parte dell’uomo al tempo del Covid-19.

C’era una volta…” è la frase di rito impiegata, sin dai tempi antichi, come introduzione a numerose fiabe. Quella che vi raccontiamo oggi è una favola moderna, molto attuale, dove la magia è rappresentata dallo spettacolo della natura, dove non ci sono incantesimi e sortilegi e manca il finale scontato “E vissero tutti felici e contenti”, ma leggetela accuratamente, soffermatevi sulle parole e sui messaggi sottesi, ma anche sui disegni realizzati dall’imperfetta mano della scrittrice come bozzetti pieni di sentimento…

CoronaNeve in vacanza

Scendevano lenti i fiocchi di neve, svolazzavano ora felici, ora malinconici. Quel dicembre il candore ammantò presto le alte montagne e le piste da sci; aveva dato un tocco davvero poetico al paesaggio e si preparavano tutti festanti al Natale ormai alle porte.

“Vedrete, anche quest’anno sarà una gran festa! Abbiamo lavorato così tanto!”, fiocco Papà incoraggiava la famiglia, ammirando soddisfatto il frutto della loro operosità.

“E’ vero! Abbiamo lavorato sodo! Io non ricordo di aver generato tanti batuffoli come quest’anno”, rispondeva con enfasi fiocco Mamma, poi aggiungeva contenta, “e credo che la bellezza di questo paesaggio lo confermi!”.

“Speriamo che le temperature si abbassino ancora, in modo che tutti i fratelli fiocchi non si scioglieranno!”

“Cerchiamo di stare tutti vicini, vicini, così avremo possibilità di sopravvivere a lungo”, consigliava fiocco Nonno.

Tutti ammiravano col naso all’insù i fiocchetti che scendevano soavemente e si univano al soffice gruppo.

“Evviva siamo in tanti, che bellezza!”, gridava di gioia fiocchetto Uno.

“Sì, sì…che meraviglia! Ci divertiremo!”, esultava fiocchetto Due.

“Adesso respiriamo a fondo e godiamoci quest’incanto; speriamo che quando arriverà l’Uomo, non rovinerà tutto, com’è solito fare!”, sospirò preoccupata fiocco Nonna.
“Siete sicuri che quest’anno arriveranno gli ospiti umani per le feste?”

“Ho sentito dire da alcuni fiocchi arrivati dalle città che pare non sia concesso loro andare in vacanza sulle piste e sulla neve!”.

“Allora staremo più tranquilli!”. Erano i commenti corali dei fiocchi adulti.

“Mi dispiace per i bambini che amano tanto giocare con noi. Si divertono e ridono a cuore pieno! Sono così teneri!”, si espresse col nodo alla gola fiocchetto Tre.

I fiocchi riflettevano ed esprimevano i loro pensieri, le paure e i dubbi, mentre i fiocchetti giocavano rotolando fino a dar vita a soffici palle di varie dimensioni.

L’immenso silenzio di quei luoghi ovattati e magici venivano talvolta rotti dal calpestio di qualche montanaro solitario o da qualche cervo che passeggiava per i boschi. I Fiocchetti, invece, giocavano dondolandosi sui rami.

“Attenti! E’ pericoloso!”, fiocco Mamma sgridava i piccoli divertiti che tentavano di ondeggiare e stare in equilibrio anche sui fragili ramoscelli.

Le feste di Natale si avvicinavano. Il manto nevoso era morbido e nelle zone ombrose e fredde, dove il sole non batteva mai, i fiocchi si erano trasformati in perle di brina.

Pochi giorni dopo arrivarono i primi umani, dapprima in silenzio, quasi nascondendosi, ma davanti a quell’immensità bianca e invitante, si lanciarono senza indugi con sci e racchette ai piedi, con bizzarri slittini e, così, cominciarono a trasgredire le regole e le leggi.

“L’ho sempre detto io che l’uomo non sa rispettare le regole e prima o poi arriva la catastrofe…”, si esprimeva con saggezza ma anche con stizza fiocco Nonno.

Come un presagio nefasto, i pochi umani si moltiplicarono e diventarono tanti, tantissimi, innumerevoli: uomini, donne, bambini. Stavano tutti attaccati, assembrati, senza mascherine e senza distanziamento, ma si divertivano, eccome! Bevevano, ridevano, giocavano e non pensavano minimamente che stavano scrivendo una nuova pagina della loro esistenza, anzi stavano proprio plasmando la loro fine.

Così, nel giro di pochi giorni, quegli esseri, tanto intelligenti quanto insensati, non ebbero tempo di rendersene conto: non poterono festeggiare perché non arrivarono neanche a Natale…

A scendere dalle piste e rotolare spensierati non era più l’uomo ma degli strani esseri, mai visti prima di allora, che sembravano degli alieni: enormi sfere costellate di strambe dentature che danzavano felici e si erano impossessati di sci e racchette sostituendosi all’uomo…

Racconta una leggenda che abbiano fatto un patto col diavolo!

E da quel momento fiocchi e fiocchetti non ebbero più notizie dei vivaci e dolci bimbi, né dei loro genitori che da bravi trasgressori stavano pagando il debito della loro noncuranza e disobbedienza…

FINE

Così il giornalista Giuseppe Nativo si esprime, dopo aver letto la storia: “E’ un racconto che si legge con la naturalezza di una fiaba e con la severità di un monito, ponendo sotto i riflettori una tematica che sembra semplice, forse di poco conto, ma che ci coinvolge anche nei sentimenti, nella vita di tutti i giorni. I disegni, che accompagnano il racconto, fanno da splendida cornice all’impalcatura narrativa che conduce per mano il lettore fino a conclusione e, quindi, alla morale contenuta.
Nel racconto, che scorre fluido, sembra individuare i protagonisti nei fiocchi di neve, che presentano anche loro un’anima, sono anche loro famiglia, sembrano avere una carica umana nel loro scorrazzare, anche loro hanno pensieri, paure e dubbi. La vera protagonista è, invece, la natura che, forse, dà un monito agli esseri umani, un po’ strimpelloni, un po’ spavaldi e incuranti del rispetto di semplici regole, che per la loro intemperanza sono sopraffatti da “enormi sfere costellate di strambe dentature” (immagine del Covid-19). Un racconto di poche pagine che dovrebbe essere letto non tanto dai bambini ma dagli adulti molto spesso distratti. Quello di Marinella Tumino è un “favolare” che va cercato tra le righe e nelle righe. In buona sostanza, un divertissement d’autore che, però, fa molto pensare!


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NON BUTTIAMOCI GIU’ di Nick Hornby: la mia recensione.

NON BUTTIAMOCI GIU’ di Nick Hornby

Londra, notte di Capodanno. Martin, un ex personaggio famoso televisivo, decide di suicidarsi e di buttarsi dal tetto di un palazzo, conosciuto nell’ambiente come “la casa dei suicidi”. Mentre se ne sta con le gambe penzoloni sul cornicione, cercando di trovare il coraggio di compiere il folle gesto, viene sospeso da Maureen, una donna con un figlio disabile, Matty, che ha avuto proprio lo stesso pensiero. Mentre i due si scambiano degli imbarazzatissimi convenevoli, considerata la drammatica circostanza del loro incontro, entra in scena Jess, adolescente incasinata, che cerca di scavalcare i due precedenti aspiranti suicidi, per gettarsi senza nemmeno pensarci un istante. Viene immediatamente afferrata da Martin, risolutamente determinato ad impedirle di gettare al vento una così giovane vita. Ed è in quel momento che fa il suo ingresso JJ, un fattorino, con in mano delle pizze ma con in testa un solo obiettivo: suicidarsi.

Quello che mi ha colpito di più dalla lettura è la tecnica di narrazione, poco comune, che è quella dell’alternarsi delle voci dei protagonisti. Non ci sono capitoli e il romanzo è scandito più che altro dalle riflessioni, fatte in prima persona, di ognuno dei personaggi. Vi è dunque questo alternarsi dei loro pensieri che pian piano ci raccontano non solo frammenti importanti della loro esistenza, ma definiscono l’intera storia, che appunto si svela lentamente, a piccoli tasselli al lettore. I flussi di coscienza dei protagonisti si alternano, il corso degli eventi non è mai lineare e il lettore viene coinvolto in questo percorso grazie a una scrittura gradevole, variegata in cui al comico si alterna il tragico, mentre l’humor inglese è molto presente( caratteristica della scrittura di Hornby). È così che si incrociano i destini di quattro persone completamente differenti, ma con lo stesso identico obiettivo: farla finita. Man mano che scorre le pagine, il lettore viene a conoscenza delle personalità e delle motivazioni di ognuno di loro. La salvezza dei quattro protagonisti sarà proprio conoscersi, parlarsi, raccontare le proprie esperienze. In fondo, per placare i propositi suicidi basta parlare, scambiare quattro chiacchiere, mettendo in piedi una stravagante, quanto “terapeutica” amicizia. Nessun personaggio descritto da Hornby è particolarmente affascinante, intelligente, o talentuoso, si tratta di uomini e donne piuttosto comuni…

Il lettore subisce pian piano il senso di mutamento che vivono e sperimentano i quattro protagonisti… in cerca della felicità…, ma la felicità non va cercata fuori, nell’altrove, perché essa è dentro ognuno di noi e non è un concetto applicabile nella stessa maniera in ogni individuo; bisogna scavare dentro il nostro intimo, per percepire e ascoltare le giuste vibrazioni, per capire di cosa abbiamo realmente bisogno, cosa ci rende davvero completi.

Un inno alla vita, un canto di lode che l’Autore delinea magistralmente.

DA LEGGERE!

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Merry Christmas, little Jim!

Fiocchi di neve scendevano fitti creando un manto di soffici piume che copriva gli edifici intorno e le piante del giardino. Natale era alle porte e l’atmosfera era resa ancora più magica dai vari addobbi. Il gigante albero, posto nella grande sala, era sapientemente illuminato dalla spirale di luminarie.
Il fuoco crepitava brioso e scoppiettante dentro il camino. Nella poltrona accanto stava seduto il nonno che, inforcati gli occhiali, leggeva uno dei tanti libri scelti dalla biblioteca di famiglia.
Il piccolo Jim, seduto sul tappetone davanti al focolare e confortato dal calore, seguiva incuriosito le allegre capriole del fumo e il moto delle scintille che brillavano come stelle.
I suoi occhi si spalancavano, si aprivano e chiudevano con celerità, seguivano il filo dell’immaginazione…
Il movimento delle fiamme lo ipnotizzò e, come per incanto, si ritrovò in un folto bosco…
Faceva difficoltà a muoversi perché le gambette affondavano nella neve, mentre lo scoiattolo Spizzy lo seguiva giocherellando. Il grande aquilone si era impigliato tra i rami… Jim aveva provato a farlo librare in una mattinata di pieno sole e, seppur l’aria fosse frizzantina, il cielo azzurreggiava gioioso e le nuvole veleggiavano grazie al venticello che aveva travolto anche l’aquilone. Presto sfuggì dalle mani del ragazzino e, in un solo istante, restò intricato tra i rami della selva. Il bosco era un groviglio di arbusti e di abeti, pini, faggi e betulle i cui rami appesantiti dal masso di neve si chinavano con umiltà.
Lo scoiattolo con dimestichezza e abilità si arrampicò, ma per Jim fu più dura. I suoi scarponi scivolavano con facilità e più volte sdrucciolò, graffiandosi mani e gambe. Testardo più che mai provò a risalire, esortato dal cinguettio di alcuni passerotti felici, finché raggiunse il ramo nel quale il vessillo si era adagiato.
Rimase fermo, quasi impietrito, dopo aver afferrato con soddisfazione l’aquilone. Seppur affannato, rimase incantato dal panorama sul paesino e sull’altipiano circostante. Gli alberi erano piuttosto alti ma lasciavano scorgere angoli pittoreschi in cui pennellate di colore, ovattati di bianco, regalavano pura magia.
Sull’albero vicino adocchiò una casetta in legno da cui presto si affacciarono degli omini, alti circa mezzo pollice, vestiti di stracci verdi e bruni. Erano piuttosto buffi con i cappelli appuntiti verdi o rossi…. Appena si accorsero del piccolo Jim cominciarono a ridere sonoramente e a piroettare con agilità…poi cominciarono a saltare da un ramo all’altro fino ad arrivare da Jim e Spizzy che si era nascosto dentro il gilet del suo amico, allarmato da tutta quella esuberanza.
Visti da vicino, pensava Jim, i folletti con barba lunga e grigia, sembravano dei vecchini; poi, con audacia chiese loro: “Chi siete? Cosa fate?”.
“Ciao ragazzino, hai del coraggio e questo ti fa onore- rispose uno di loro, forse il più anziano -Finora nessun bambino era rimasto a curiosare in nostra presenza! Tutti hanno paura del nostro aspetto. Io sono Zuffolo e sono il capo! Noi siamo i folletti del bosco.”
“Salve Zuffolo, io sono Jim e lui è il mio amico Spizzy. Abbiamo recuperato il mio bell’aquilone e ora però devo rientrare…Si sta facendo tardi e ho paura di perdermi nel bosco”.
“Non temere, se vuoi ti accompagniamo fino alla fine della foresta e all’inizio del sentiero del paese”.
“Grazie mille! Ma…ma…possiamo tornare domattina?”
“Certo! Sarà un piacere… Sai, noi stiamo preparando degli oggetti in legno …aiutiamo Babbo Natale a confezionarli per poi donarli ai bambini per Natale”.
“Oh…ma che bello! Mi piacerebbe preparare degli strumenti musicali per l’orfanotrofio del paese…Sai, Zuffolo, là ci vivono più di quindici bambini che non hanno famiglia e il Natale è ancora più triste per loro…- poi, aggiunse con gli occhi bassi e il cuore triste- So che vorrebbero suonare qualche strumento ma non ci sono soldi a disposizione per comprarne…”.
“Allora domattina vieni presto e noi tutti ti aiutiamo a preparare gli strumenti, che ne dici?”
“Ottima idea! Grazie! A domani!”
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L’indomani molto presto Jim e Spizzy si arrampicarono sull’albero e si presentarono alla casa dei Folletti che li accolsero con letizia e risa. Quel posto era un delizioso laboratorio!
Nell’arco della mattinata, martellarono, segarono, impilarono e allestirono giochi in legno e tanti strumenti musicali: liuti, flauti, violini. Quanta fatica ci era voluta!
Finito l’arduo lavoro, i vari elfi provarono gli strumenti musicali…fu un tum tum, bam bam, flu flu…un tripudio di note musicali che echeggiarono con armonia nell’aria nevosa.
“Sai, anch’io sono un orfano e ho vissuto con i miei amici sfortunati fino a pochi anni fa, ma poi sono stato adottato da una meravigliosa famiglia che mi ama e non mi fa mancare nulla. Il mio pensiero, allora, va spesso a tutti loro…So cosa si prova!”
“Vedrai che questo sarà un bellissimo Natale- si espresse soddisfatto Zuffolo- anche per i piccoli dell’orfanotrofio. E il merito è tutto tuo, caro Jim, perché sei un bambino generoso e un gran lavoratore. Merry Christmas little Jim!”.

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Come ogni anno, la sera della Vigilia di Natale, la famiglia di Jim andò in orfanotrofio portando tante prelibatezze e dei dolci per i piccoli ospiti. I bambini erano felicissimi e a mezzanotte, quando tutti stavano ritirandosi nel dormitorio, il cielo si riempì di polvere di stelle, mentre si avvertiva una rumorosa scampanellata. Il firmamento sembrò rischiararsi ed ecco che tra i tetti innevati sfrecciò la slitta di Babbo Natale che con le sue otto renne atterrò, in prossimità del grande pupazzo di neve, proprio nel cortile dell’edificio. Sentiti i rumorosi campanelli, i bambini incuriositi guardarono dai vetri appannati delle finestre; sgranarono gli occhietti e corsero tutti fuori. Santa Claus, il vecchio omone panciuto e vestito di rosso, proprio come nelle fiabe, con il sacco in spalla pieno di strenne, distribuì i doni ed esortò i piccoli a spacchettarli e poi a suonare gli strumenti. Quante soavi melodie! La magia della musica appassionò tutti i presenti…
“Ora sì che è Natale! – si espresse il piccolo Jim con esultanza e con i lucciconi agli occhi- Merry Christmas a tutti noi!”

Marinella Tumino©

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LA DANZA DELLE RONDINI (racconto finalista al Concorso “SCRITTORI SOTTO I RIFLETTORI”)

Gentile Autore,

La Sua opera è stata scelta tra le più belle del Premio Letterario Internazionale  “SCRITTORI SOTTO RIFLETTORI – 2020” e sarà pubblicata in antologia del concorso.

Sono stati registrati 887 autori partecipanti (italiani e stranieri).

La classifica finale sarà pubblicata intorno a 30 gennaio – 10 febbraio 2021.

La danza delle rondini

A tutti i bambini di Terezin

Primavera 1944. Nel cortile il sole splendeva sui rigagnoli della neve sciolta. Emma divertita batteva i piedi sui rivoli. Mamma più volte l’aveva sgridata perché si sarebbe tutta insudiciata, ma lei con i suoi 12 anni gioiva di quei brevi istanti. La mamma era una brava sarta e, appena arrivati nella nera Terezin, era stata destinata alla “sala delle cucitrici”. Peccato potesse incontrarla solo una volta a settimana! Le mancava tantissimo: le mancava il calore dei suoi abbracci, le parole di conforto, le fiabe lette prima di dormire mentre l’olio della lampada si consumava e la luce si affievoliva fino a spegnersi. Ora, di notte, le lacrime scendevano a fiotti irrigandole collo e petto, ricamando tutto il corpo di fremiti. Tra un singhiozzo e l’altro, pregava, pregava quel dio che percepiva sempre più distante e che si stava dimenticando di lei.

Quel tiepido pomeriggio, Emma aspettava impaziente il suo amico Jan che era stato nominato “porta messaggi”. In genere, andavano insieme nella scuola del ghetto. Ai ragazzi piaceva molto frequentare le lezioni perché coltivavano parecchie passioni come il canto, il disegno, la scrittura ed Emma, da quando era stata rinchiusa a Theresienstadt, avvertiva forte il bisogno di scrivere…

All’alba quel filo d’erba,

sopravvissuto alla notte buia,

mi dona speranza.

Dimentico fame, freddo e paura

E allora riprendo a sperare…a sognare!

Per la fanciulla scrivere era magia che le permetteva di fuggire da quel matto mondo e da quella vita in cui era stata catapultata.

Ogni settimana in classe realizzavano un giornalino per ragazzi, “Vedem”, su cui scrivevano poesie, dialoghi, sogni ma non ne dovevano parlare con nessuno.

“Sshhh! E’ un segreto!”, ricordava con complicità la signorina Mila.

Ogni venerdì lo leggevano e poi lo nascondevano sotto la trave in legno di un vecchio baule.

Quel pomeriggio Jan non si presentò, ma neanche nei giorni a seguire…

Emma chiese di lui ma nessuno sapeva, nessuno parlava. Corse in lacrime dalla signorina Mila che cercò di consolarla: “Sicuramente è stato inviato a svolgere una missione segreta e per questo non ci è dato sapere, ma vedrai che presto tornerà”, continuava ad accarezzarle i capelli per farla calmare.

Le mura di quella scuola custodivano la cultura che aveva la capacità di donare un equilibrio emotivo e di essere una vera arma, quella della “resistenza”.

Emma guardava fuori dalla finestra. La primavera stava regalando fiori dai colori inconsueti e un cielo azzurro oltre il quale lei posava il suo dolce sguardo cercando l’infinito, mentre gli uccelli gareggiavano festaioli…

Danzano nell’aria gli uccelli migratori.

Si posano curiosi, poi riprendono a volteggiare…

Amo le rondini

Vorrei peregrinare anch’io da una primavera all’altra

per andare via, lontano, oltremare

e gustare il sapore della libertà.

La libertà ha un sapore tutto suo e un prezzo molto alto…che solo pochi sopravvissuti alla Shoah hanno avuto la fortuna di gustare.

(Il disegno è una semplice bozza uscita dalla mia penna)

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