COME UN RESPIRO di Ferzan Ozpetek: la mia recensione

COME UN RESPIRO di Ferzan Ozpetek: la mia recensione

Ferzan Ozpetek, un regista che ho sempre stimato, mi si è presentato, proprio in questi ultimi giorni, anche come autore e così, per la prima volta, ho letto un suo romanzo: Come un respiro, Mondadori editore. Il suo modo di narrare è magico: si tratta di una scrittura fluida, vigorosa, ricca di emozioni.  Ferzan illustra con passi poetici Istanbul, cosa che ho molto apprezzato non solo per quanto concerne le descrizioni ma anche per quanto riguarda determinate emozioni che è possibile vivere mentre si percorrono le vie e i quartieri della città turca che io amo particolarmente (Ho trovato, infatti, parecchie analogie con il mio romanzo “OLTRE IL CIELO DI ISTANBUL, Il Seme Bianco Editore 2019). Ozpetek fa assaporare gli odori e i sapori di una Istanbul sorprendente, fa intravedere le luci e le ombre di amori struggenti o amori avvinti, di ieri e di oggi, con tutte le loro complicazioni, con un ritmo incalzante tanto da travolgere il lettore che si ritrova col fiato sospeso, mentre aspetta che qualcosa stia per essere rivelato o stia per accadere.

La storia, apparentemente molto semplice e lineare, che nasconde segreti e passioni mai sopite, si svolge tra Roma e Istanbul, tra gli Anni Sessanta e un presente in cui la vita è sospesa e piena di colpi di scena, un presente che incombe e riapre domande e ferite. Un racconto con costanti cambi temporali che portano dal presente al passato in modo coinvolgente senza concedere tregua in una storia che incanta.

Due sorelle, Elsa e Adele, si sono separate cinquant’anni prima per una circostanza misteriosa che ha poi condizionato le loro vite. Il racconto si dipana tra i ricordi di Adele e le lettere che la sorella Elsa le ha scritto durante il suo soggiorno a Istanbul, nell’arco di 50 anni.

Un alternarsi di ricordi custoditi in lettere e il presente vissuto da un gruppo di 6 amici, spettatori quasi inconsapevoli degli eventi; è proprio nelle lettere che viene ostentata la magnificenza di Istanbul (descritta con passione da Elsa che la reputa sensuale, affascinante e imprevedibile), le atmosfere magiche che si respirano, la vita agiata che Elsa si trova a vivere cominciando la sua rinascita, grazie al suo fascino e alle sue capacità imprenditoriali.  

“Certi posti hanno la capacità di trattenere le emozioni, proprio come fa un essere umano con il respiro”.

Il libro ha inizio proprio da una delle tante lettere che Elsa ha scritto alla sorella, per ritrovare il loro rapporto unico, raccontare segreti, parole non dette ma scritte con passione. E mentre il racconto procede, l’autore ci presenta i co- protagonisti (Sergio, Giovanna, Leonardo e Annamaria, Giulio ed Elena), i sei amici che in realtà avrebbero dovuto condividere un pranzo a casa di una delle coppie, abitata un tempo dalle due sorelle, nel quartiere Testaccio di Roma, durante una domenica come tante, ma che si ritrovano coinvolti in una storia avvincente piena di segreti inconfessabili. L’autore ci presenta i vari personaggi che sono uguali a quelli che potremmo incontrare nella nostra quotidianità, con le loro fragilità, i loro dubbi ma anche i loro segreti. Questi si ritrovano travolti nella storia delle due sorelle che in passato hanno vissuto una relazione simbiotica che si è poi tramutata in distanza smisurata e poi, ancora, in silenzio profondo. Ed è proprio con le lettere che Elsa Corti si presenta nella sua vecchia casa, coinvolgendo le persone che la abitano e i loro amici e rievocando immagini di passioni, di silenzi e di traumi che l’hanno costretta a fuggire da Roma e trasferirsi in Turchia. La storia dunque si svolge tra incontri, speranze, nostalgie e delusioni. Un ginepraio di sentimenti in cui ogni personaggio del romanzo si trova aggrovigliato.

Protagonista assoluto del racconto è l’amore, scandagliato in tutte le sue sfumature, snocciolato in tutte le sue infinite declinazioni che, talvolta, diventa impossibile e scombina le nostre vite in cambio di momenti e istanti incancellabili, mentre altre volte ci rende più forti.

Questa infinità di sentimenti intrecciati in modo avvincente va ad aumentare in un climax crescente che raggiunge l’apice proprio nel momento del finale a sorpresa, finale che, appunto, sbalordisce, ma che consente di tirare le fila della storia e comprendere che tutto non è come appare.

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“Le ragazze del centralino” chiudono i battenti…

La serie TV (che ha conquistato il pubblico di tutto il mondo e giunto alla 5^ stagione) saluta il suo pubblico con gli ultimi 5 episodi.

Le famose centraliniste operatrici della compagnia telefonica nazionale spagnola della Madrid degli anni 30/40 del Novecento ci hanno appassionati nelle 5 stagioni, facendoci sorridere ma anche commuovere; ci hanno travolti nella loro “rivoluzione” tra amicizie, amori, carriera.

Lidia, Marga, Carlota, Oscar, coraggiose e agguerrite, ci accompagnano fino alla fine della loro storia… INSIEME! In questo finale di stagione, di cui non anticipo la trama, svoltosi durante la Guerra Civile spagnola e la scalata al potere del generale Francisco Franco, ci hanno tenute, ancora una volta, col fiato sospeso affrontando nuove tematiche tra cui quella scottante dell’inammissibile reclusione nel campo femminile di prigionia e rieducazione di Aranjuez.

Le operatrici telefoniche coraggiose, altruiste e orgogliose hanno lottato per la parità dei diritti e la libertà dell’essere umano. Sono un esempio dei sacrifici fatti da milioni di donne nel corso della storia. Loro ci hanno insegnato che l’AMICIZIA vince su tutto.

La vita e la leggenda delle ragazze del centralino è, dunque, destinata a non finire mai…

Per chi fosse interessato alla recensione dell’intera serie, che risale a qualche mese fa, clicchi qui

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ALTRA SERIE TV SPAGNOLA ALTRO TOP CRIME: IL PRINCIPE-UN AMORE IMPOSSIBILE

   E’ una fiction che in Spagna ha riscosso un enorme successo tanto da risultare il programma più seguito su Telecinco. E’ possibile vedere le due stagioni su Mediaset play. La serie è ambientata a Ceuta; si tratta di  una penisola a confine col Marocco che però è territorio autonomo (sin dall’età classica Ceuta è conosciuta per essere una delle Colonne d’Ercole, l’altra è Gibilterra), situata in posizione strategica, sul Mediterraneo e a pochi Km da Tangeri. Tutto inizia quando l’agente dei servizi segreti Javier Morey (Alex Gonzalez) viene inviato sotto falsa identità da Madrid a Ceuta in qualità di nuovo ispettore capo del commissariato di “El Prinicipe”, problematico quartiere spagnolo, proprio per far fronte alle lotte tra bande di trafficanti e alla corruzione del distretto di polizia di El Príncipe (“Il Principe”). A Ceuta, Morey conosce Fátima Ben Barek (Hiba Abouk), sorella del boss Faruq Ben Barek e promessa sposa a Khaled Ashour, una professoressa musulmana che lotta coraggiosamente contro le ingiustizie e gli eccessi tradizionalistici della sua famiglia. E’ proprio con lei che l’agente ha una storia d’amore…impossibile!

Al centro delle indagini di Morey vi è la misteriosa scomparsa del fratello minore di Fátima e Faruq, Abdu Ben Barek. Nella sparizione sono in parte coinvolti anche alcuni poliziotti del distretto di El Príncipe, tra cui Fran Peyón, responsabili dell’occultamento di quello che credevano essere il presunto corpo di Abdu, in realtà finito nella rete di un gruppo jihādista.  Morey scopre che i potenziali attentatori vengono reclutati da Omar, insegnante che lavora allo stesso centro studi dove lavora Fátima. L’ultimo ad essere caduto nella rete è uno degli studenti della donna, Driss…Nel frattempo, Abdu è pronto a mettere in atto la sua missione terroristica…

Nella seconda stagione la storia, di cui non ho anticipato volutamente gli sviluppi e il finale,  riprende 6 mesi dopo con nuove indagini, intrecci e con interessanti riferimenti alle cellule jihādiste, al reclutamento di donne soldato, agli intrighi e ai tradimenti tra le spie del CNI. Parecchi i personaggi degni di nota che tirano le fila della storia e arricchiscono i diversi universi: dalla famiglia di Ben Barek agli agenti della squadra CNI,  dalla stazione di polizia di El Principe con il coraggioso e fedele ispettore Fran (Josè Coronado) alla rete terrorista Akrab e al traffico di droga. Indiscutibile il fascino dell’ispettore capo, nonché agente del CNI, Morey  e della sua amata Fatima. Una storia mozzafiato, a tratti dolce e romantica, un susseguirsi di colpi di scena, nella costante lotta tra il bene e il male che coinvolge  in toto lo spettattore che negli ultimi episodi segue la stessa sorte del lettore quando arriva nelle ultime pagine e vorrebbe che quel libro, che ha tra le mani, che lo ha travolto e affascinato, volesse non finisse mai…

«Noi de Il Principe diciamo che finisce tutto in acqua salata, cioè in lacrime o in fondo al mare».

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IN NOME DELLA MADRE di Erri De Luca: la mia recensione.

Un libro letto tutto d’un fiato che mi ha regalato serenità ma soprattutto una rinnovata commozione è In nome della madre, un breve romanzo di Erri De Luca del 2006 e pubblicato daFeltrinelli. E’ il racconto in prima persona della forza e dell’audacia di Miriàm/Maria, la donna “scelta” a svolgere un grande compito, quello di procreare il Salvatore dell’intera umanità.
La storia, come ben noto, si svolge in Galilea, nel mese di marzo dell’anno 0, e Miriàm, ancora adolescente, avvolta dal venticello primaverile, riceve inaspettatamente la visita di uno sconosciuto che le annuncia l’arrivo di un figlio destinato a grandi cose.

“Gli angeli. Si sa che sono loro quando se ne vanno. Lasciano un dono e pure una mancanza”.

Ancora rivestita di una polvere celeste come fosse magia, la giovane rivela la notizia al suo fidanzato Iosef, subito travolto da sbigottimento e spavento. La dolce Miriàm, con tutta la sua calma, si mette in ascolto del suo amato che si mostra preoccupato e impensierito per l’opinione degli anziani e per la dolorosa sorte che spetta alla sua giovane sposa, incinta prima delle nozze. Entusiasmata dagli eventi, con serenità e gioia, Miriàm prova tenerezza ma anche gratitudine verso Iosef, il quale le crede e la sostiene sin dal primo momento.

 “Con la tenerezza venne la gratitudine. Mi aveva creduto. Contro ogni evidenza si affidava a me…”.

Iosef deciderà di sposare Miriàm e troverà il coraggio di affrontare i giudizi della comunità, in seguito agli ordini ricevuti in sogno da un angelo.

Come ben noto, non si tratta di una storia inventata, ma è frutto di quanto conservato nei Vangeli di Matteo e Luca e questo ce lo fa presente l’autore sin dalla prefazione. Tuttavia, il racconto è originale proprio perché De Luca è riuscito a concentrarsi su un fotogramma della storia e a snocciolarla con grande cura e delicatezza regalandoci l’immagine di Miriam/Maria che nella sua profonda umiltà si rimette alla volontà di Dio; inoltre, il segreto condiviso dai due, Miriam e Iosef, li lega così intimamente che li rende “famiglia” ancor prima di esserlo.

E’ interessante apprendere come l’autore riesca a interpretare i pensieri cullati di una donna incinta, che fantastica sul suo bambino, al quale parla con instancabile costanza:

“Non ho niente di speciale, sono il tuo recipiente… Però sei stato messo dentro di me da un fiato di parole, non da un seme”.

Sa i miei pensieri. E’ un maschio e mi rimprovera. Occupa tutto il mio spazio, non solo quello del grembo. Sta nei miei pensieri, nel mio respiro, odora il mondo attraverso il mio naso. Sta in tutte le fibre del mio corpo. Quando uscirà mi svuoterà, mi lascerà vuota come un guscio di noce. Vorrei che non nascesse mai…”

Quanta dolcezza e quanta poesia tra queste righe che cullano il lettore e lo guidano in un percorso umano e nello stesso tempo spirituale. Si tratta, a mio avviso di una forma di preghiera, con un’immagine di Maria vista semplicemente come una donna che accoglie in pienezza il dono della maternità. Il piccolo concepito non da goccia d’uomo ma da refoli di vento di un annuncio, giunge dall’ombra della gravidanza alla luce di una notte emblematica. Mentre Miriam lo stringe al suo petto e lo accarezza, ne assapora la tenerezza, ne sente l’odore, e si rende subito conto dell’importanza della Missione che suo Figlio dovrà svolgere sulla Terra. Righe colme d’amore regalano un grande emozione ed è, infatti,  questo il momento più commovente di tutto il racconto: il sopraggiungere delle preoccupazioni che assalgono una madre quando si ritrova a toccare con concretezza il suo bambino e le parole dell’annuncio fanno eco, si propagano come un avvertimento che inizia a insidiare la perfezione del tempo elegiaco della sua gravidanza.

“ Signore del mondo benedetto, ascolta la preghiera della tua serva che adesso è una madre (…) Lo chiamo Ieshu come vuoi tu, ma non lo reclamare per qualche tua missione. Fa’ che sia un cucciolo qualunque…”

Miriàm, la madre di tutte le donne, è costretta a lasciare la placenta dell’attesa e ad esprimere il vuoto improvviso.

“Che vuoto fulmineo mi hai lasciato, che spazio inutile dentro di me deve imparare a chiudersi(…) A terra sulle pietre della stalla c’è la placenta, il sacco vuoto della nostra attesa”.

Poi, dopo aver continuato a respirare a ritmo degli stessi battiti del suo prediletto e il giorno comincia a far capolino scardinando la notte, Miriam è pronta per presentarlo al mondo e naturalmente a Iosef che attende impaziente sulla porta.

“Ieshu, bambino mio, ti presento il mondo. Entra Iosef, questo adesso è tuo figlio”.

Marinella Tumino

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MAR DE PLASTICO: una serie tv spagnola, un crime-thriller graffiante…

Vi propongo un’ennesimma serie TV spagnola: MAR DE PLASTICO, di genere drammatico, un thriller con Rodolfo Sancho e Belén López. Due le stagioni prodotte.
Il titolo “Mare di plastica” si riferisce alle vaste tele bianche che compongono la miriade di serre nella città immaginaria di Campoamargo, che si traduce in “terra amara”, situata nella vasta area dell’Almeria. L’area era poco più che desertica fino a quando queste strutture non l’hanno resa una delle comunità agricole più redditizie in Europa con la coltivazione di pomodori e altri ortaggi. Ma come ben immaginiamo, tutta questa produzione di plastica richiede lavoro, il che significa un afflusso di immigrati e una crescente animosità razziale da parte dei locali. Tutti questi lavoratori di sesso maschile portano allo sviluppo di losche industrie secondarie come le discoteche e la prostituzione. Poi ci sono i pochi uomini d’affari esperti che sfruttano ogni aspetto di questa nuova economia, diventando i nuovi oligarchi, e lo certificano acquisendo le loro mogli bionde trofeo russo. È proprio questa minestra di risentimento che è destinata a cuocere, a bollire quando si verifica un orribile omicidio. Ainhoa, la figlia del sindaco, viene trovata morta e non è stata solo decapitata ma completamente dissanguata in modo che il suo sangue potesse essere rilasciato dal sistema antincendio in una delle onnipresenti serre. Una scena di apertura così raccapricciante fa pensare allo spettatore che questo sia l’inizio di una serie orribile di omicidi seriali, o che questo sarà un crimine noir completamente morboso. Eppure il tono di tutte e due stagioni non è solo ombroso proprio come in apertura, ma si svolge come un colorato, luminoso spettacolo ben fatto, a tratti ironico, pieno di suspense e ben recitato. Intriganti quindi le indagini, affidate al nuovo sergente della Guardia Civil, Héctor Aguirre (Rodolfo Sancho), ex soldato in missione in Afghanistan. Un uomo tormentato, serio, preciso e molto affascinante che è affiancato da altre due figure di rilievo in entrambe le stagioni, un giovane e una donna di origini gitane.
Il sergente, al rientro dalla missione in Afghanistan, ha subito un trauma post traumatico da stress, a seguito appunto della guerra e a causa della morte del suo migliore amico, anche lui soldato e, nell’indagine, scopre tristemente come tutti in paese avessero un motivo per uccidere, fra l’altro molti di loro non sono in possesso nemmeno di un alibi. Insomma, la morte della ragazza metterà in luce molti segreti e tradimenti. È una storia complessa e fino alla fine è difficile indovinare l’assassino; inoltre, ogni stagione ha a che fare con omicidi diversi e propone una conclusione soddisfacente. Non manca il dramma umano come lo sfruttamento di uomini, il commercio di donne e conseguente prostituzione, nonché forme di razzismo. Il tutto consente di dare maggior valore all’intera serie che, a mio avviso, risulta travolgente non solo perché è un crime-thriller ma anche grazie alle ambientazioni nella splendida parte soleggiata della Spagna e alle storie dei vari personaggi, compresi i protagonisti, le cui relazioni si intrecciano creando suspense e curiosità nello spettatore

Consigliato! Da vedere!

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Potremo mai dimenticare…

Potremo mai dimenticare istanti eterni come quelli che il sole ci regala?
E le emozioni che ci fa vivere la padrona della notte tra ombre e spiragli di luce?
Momenti perfetti in un mondo imperfetto…
Potremo mai dimenticare la bellezza del cielo mentre la luna insegue le stelle per giocare al girotondo?
Potremo mai dimenticare la profondità dello sguardo di chi amiamo, di chi riesce a leggere le note del nostro cuore arpeggiandone le corde ?
Siamo anime incomplete se non danziamo assaporando l’infinita bellezza, se non ci specchiamo nei ricordi e nei sogni…
MT@

Tramonto a Ragusa
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A spasso per… CEDAR COVE. Una serie tv delicata e ricca di buoni sentimenti.

Tra le centinaia serie tv proposte in streaming, consiglio di guardarne una canadese/statunitense a chi ha bisogno di un po’ d’aria fresca, di evasione, di positività in mezzo alle brutture di questo periodo storico, per calarsi di nuovo nella quotidianità con uno stato d’animo più leggero: CEDAR COVE, tratta dall’omonima serie di libri di Debbie Macomber.

Tre in tutto le stagioni prodotte con attori come Andy McDowell e Dylan Neil che sono i principali protagonisti della storia che si svolge nella fittizia ma incantevole Cedar Cove. “Cedar cove” è un pittoresco paesino affacciato sull’Oceano Pacifico insinuato in un angolo incantevole al confine tra Stati Uniti e Canada, immerso nella natura in prossimità di un lago, vicino alla grande città portuale Seattle che, nella serie televisiva, è raggiungibile attraverso un apposito battello. In questo luogo, in cui lo spettatore viene spesso portato a passeggio gustandone le bellezze e la calma, vi è un faro che è un simbolo storico cui tutta la comunità è particolarmente legata. A detta di alcuni esperti, pare che gli angoli di Cedar Cove mostrati nella fiction siano alcuni scorci della canadese Vancouver. Insomma, un angolo di paradiso in cui si svolgono le vicende della protagonista, la giudice Olivia Lockhart attorno a cui ruotano quelle di una comunità sempre pronta a darsi una mano specie nei momenti di bisogno. Tante vite si evolvono, si intrecciano, si rafforzano insieme. C’è molta sofferenza, dolore, amarezza, incomprensioni, eppure la comunità c’è sempre, diventa mezzo per superare i momenti bui, per trasformare la sofferenza in positività. Cedar Cove mette in mostra un ambiente confortevole, dove, appunto, i problemi si risolvono insieme e i protagonisti affrontano le loro vicissitudini sapendo di poter contare sui loro amici.

Ho gradito questa serie televisiva che mi è parsa leggera ma non superficiale, scorrevole, avvincente e intensa nella descrizione di stati d’animo ed emozioni anche perché condita da un pizzico di mistero che insaporisce la visione. I cambi di scena sono frequenti e i personaggi parecchi, tutti con storie da raccontare. Tra questi, oltre a quella della giudice, spicca l’amica fedele, Grace, bibliotecaria e organizzatrice di eventi, anche lei una donna di grande spessore; poi, la figura affascinante e coinvolgente di Jack Griffith, il nuovo direttore del giornale cittadino, “Chronicle”, arrivato da Filadelfia e con un passato da alcolista o, ancora, quella del nuovo attraente procuratore Paul Watson che compare solo nella terza e ultima stagione. C’è pure il cattivo di turno, un imprenditore che si occupa di malaffare e intrighi, Warren Saget. La caratteristica coralità porta poi a intrecciare diverse storie d’amore, amicizia, rapporti familiari, il tutto in un ambito di normalità: nessun super fusto o superdonna, ma tanta quotidianità, benché insaporita da una dose extra di buoni sentimenti. Riflettendo, forse la vera protagonista è proprio Cedar Cove, con i suoi legami, il tessuto sociale, la varietà delle persone che la vivono. Una serie in cui, insomma, ognuno di noi può, in un certo qual modo, riconoscersi. Lo spettatore non può che soffrire e gioire di fronte alle varie dinamiche comunitarie ed essere spettatore del trionfo dell’altruismo e della positività, diventarne parte, magari solo per il tempo della visione, trarne una dose di speranza da immagazzinare per disporne quando si è alle prese con le proprie sofferenze, per affrontare le proprie amarezze. Dunque, una fiction, allietata da delicate musiche di sottofondo, densa di sentimenti, a tratti commovente e con un’ambientazione da mozzare il fiato ma, seppur coinvolgente e intensa, non ha incuriosito il pubblico a tal punto da ottenere una quarta stagione. Cedar Cove si conclude, infatti e con mio grande rammarico, lasciando aperte diverse questioni, che vedono i protagonisti alle prese con nuove decisioni. 

Una serie da guardare con le corde della vita, da sfiorare con la mente e assaporare con l’anima…

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Una serie TV tira l’altra: “Le ragazze del centralino- Las chicas del cable”. Dal femminismo alla guerra civile spagnola.

Come le ciliegie, una serie TV tira l’altra. Sinceramente, pure io, in questo tempo dilatato a causa della pandemia da Coronavirus, ho cercato di ritagliarmi dei momenti da dedicare alla visione di qualcuna di queste serie e condivido con voi una mia recensione su Le ragazze del centralino- Las chicas del cable. Una serie tv spagnola di 5 stagioni (l’ultima ancora incompleta e vedrà la programmazione della seconda parte fra qualche mese) che mette in primo piano le figure femminili in un mondo in cui prevale la mentalità maschilista e i diritti delle donne non esistono.

 La storia è ambientata nella Madrid degli anni ’20-’30 del Novecento e protagoniste sono quattro donne di diverse origini, che vengono assunte come centraliniste presso una compagnia telefonica.
Ognuno di loro ha il proprio passato, le proprie traversie familiari… Le loro strade si incontrano per puro caso e le loro vite si trameranno a tal punto da rimanere legate nel segno della vera Amicizia (per tutte le stagioni); dunque, sono le loro voci a essere le protagoniste assolute, mentre gli uomini rimangono un po’ sullo sfondo. La serie tv è un mix fra la leggerezza delle difficoltà quotidiane e i problemi che le donne vivevano in quel particolare momento storico, concentrandosi, tramite anche la nascita di associazioni femminili e le conseguenti rivolte, sulla lotta per la conquista dell’uguaglianza dei sessi, dei diritti formali per essere riconosciute come donne in quanto tali e non solo per essere le mogli o figlie di qualcuno e per la parità di trattamento nel lavoro e nelle istituzioni. Donne spesso costrette a dover rinunciare alla propria libertà e al proprio lavoro, donne che quotidianamente per ottenere la bramata libertà rischiavano di essere violentate e picchiate da mariti o padri di grande rigidità mentale, donne obbligate a dover accettare che il divorzio era concesso solo con la morte del coniuge.

Le 4 ragazze protagoniste lotteranno per avere le stesse opportunità degli uomini, trovando in alcuni di loro persone disposte ad aiutarle. Altro tema affrontato e indiscutibilmente sempre attuale è quello della libertà sessuale femminile e per il quale si affronterà il percorso di un personaggio verso la sua accettazione personale e sessuale e, in modo particolare, nella seconda stagione, ci sarà un approfondimento riguardo le strutture psichiatriche di quel tempo.

Penso che puntare l’attenzione sulla condizione femminile di quel tempo, possa farci apprezzare i traguardi raggiunti, ma soprattutto possa anche farci pensare quante lotte e quanta strada abbia dovuto percorrere la donna per ottenere l’agognata parità.

La serie, però, a mio avviso, in alcuni tratti, assume le caratteristiche di una telenovela, perché ci sono i classici cliché che spiegano e motivano determinate azioni e conseguenze; per il resto presenta una stesura piuttosto elevata.

Per chi conosce la lingua spagnola, consiglio di guardare la serie in lingua originale proprio per dare valore e pienezza a quelle parole. Ritengo che tutto quello che si vede in lingua originale, ha ben altro sapore, lo si riesce ad apprezzare meglio.

Gli attori hanno una capacità interpretativa singolare, i loro sguardi sono magnetici, sia tra di loro sia con gli spettatori. La fotografia così come la regia, la sceneggiatura sono magiche e in grado di cogliere assolutamente i momenti giusti, quelli perfetti per capire e apprezzare la bellezza di quell’attimo; i personaggi e i costumi d’epoca sono meravigliosi: tutto riprodotto alla perfezione.

Un vero e proprio difetto però c’è: le musiche in sottofondo non sono spagnole e nemmeno degli anni ’20-’30. Il soundtrack è interamente fatto di musiche moderne e americane, seppur molto gradevoli. Diciamo che questo è un dettaglio che potevano curare maggiormente, data la fedeltà storica che l’intera serie abbraccia. Penso che se avessero inserito delle musiche di quel periodo storico o anche semplicemente coerenti con la lingua originale della serie, avrebbero permesso all’atmosfera di raggiungere la perfezione. in ogni scena.

Ho qualcosa da ridire anche sulla 4^ stagione in cui la scrittura, a mio avviso, è stata molto debole e lo spettatore meno coinvolto; è vero che c’erano i colpi di scena ma non erano fatti a regola d’arte. Infatti, ci sono dei vuoti narrativi e alcune cose che non si spiegano bene. La quinta stagione, di cui, come già accennato, è possibile vedere solo i primi 6 episodi, presenta un salto temporale di cinque anni rispetto ai fatti del finale della quarta.

Si tratta, comunque, di una serie studiata e fatta bene, che coinvolge e immerge sin dai primissimi minuti nel suo mondo. In attesa dei prossimi episodi (si parla anche della programmazione di una sesta serie), auguro a tutti una buona visione, aspettando i vostri commenti.

CONSIGLIATA!!!

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